Postcards from Hanoi

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La piccola Thu, 3 o 4 anni, si gira verso di me e, puntualmente,  si esibisce nel solito strano ballo: mi è difficile immaginare come un occidentale possa farle venire in mente quelle movenze goffe.  Vorrei chiederle il motivo, ma forse per il momento il mio vietnamita può soltanto spaventarla, e allora mi limito a  spaventarla veramente con delle linguacce.

Il vecchio che ha una casa (si fa per dire) vicino a me è sempre sorridente, e per quante volte abbia cercato di spiegargli che non sono francese, purtroppo mi ha marchiato come tale. La sua bandiera vietnamita (rossa con una stella gialla al centro) torreggia su un’asta obliqua posta a mo’ di protezione, un po’ come l’aglio in Transilvania. Ho sempre invidiato questo amore incondizionato per la propria patria e i propri simboli che ho trovato qui, ogni famiglia ha una bandiera da appendere almeno in questo periodo del Tet, il capodanno vietnamita: è un punto di partenza che mi dice “Nonostante tutto, questo Paese si sveglierà, questo Paese ha delle speranze, di crescere, di  voltare le sue pagine”.

Mentre penso a questo sono impegnato a spostare un cavo dal balcone con un bastone, industriandomi inutilmente, data la lunghezza ridotta dell’arnese. Il vecchio sfila via la bandiera dall’asta per aiutarmi e me la porge con quel sorriso che lo contraddistingue.

“Qui attorno è sicuro, non c’è bisogno delle grate!” mi dice. E ci sarebbe da credergli, quando ti accorgi che nel vicinato (un labirinto di vie strette che ricorda le parti più vecchie di Shanghai) i bambini giocano e si rincorrono fino a mezzanotte inoltrata, i neonati strillano, le mamme vegliano-

Alle cinque e mezza del mattino la città si sveglia… anche se i galli, forse storditi dall’inquinamento atmosferico, sembrano confusi e cantano anche a notte fonda.

Andare a lavoro (o semplicemente da qualche parte) è una sfida, un vero e proprio test è attraversare le strade indovinando i tempi giusti per non essere investito da un bus o preso in pieno da uno dei 4 milioni di motorini che attraversano la città ogni giorno.  Con il tempo diventa acquisire i giusti meccanismi diventa naturale.

Lungo le strade non mancano certo le tentazioni: i locali sono molto orgogliosi della loro cucina e del loro “street food”. I veri vietnamiti mangiano sui marciapiedi, seduti su sgabelli bassi e circondati da scooter parcheggiati, si dice. E mentre sei immerso nei colori della frutta più strana e nell’odore delle prelibatezze locali, devi certo preoccuparti di dire “no” ai “xe om”, i mototaxi appostati ad ogni incrocio.

(Claudio B.)

sera rush hour 2 il vicinato la mattina